EcoDem Foggia: “No all’estrazione del petrolio in Adriatico, Sì all’istituzione dei SIC marini”

Il prossimo 20 aprile sarà trascorso un anno dal disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon in Louisiana, ma gli interrogativi che erano stati sollevati allora riguardo alle trivellazioni petrolifere in Adriatico sembrano del tutto dimenticati.
Non si spiega altrimenti il via libera ministeriale alle ricerche di idrocarburi al largo delle Isole Tremiti. Un via libera che è stato possibile anche grazie al fatto che l’Italia non ha ancora individuato e perimetrato i Siti di Interesse Comunitario marini i quali, al pari dei SIC terrestri, avrebbero sancito anche dal punto di vista normativo la necessità di tutelare questa parte di Adriatico.
Gli Ecologisti Democratici fanno notare che nel nostro Paese, attualmente, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico a largo di Abruzzo, Marche, Puglia e nel Canale di Sicilia. L’area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi: poco meno di 9.000 kmq.
Lo scorso anno il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato delle mappe con le aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere. Le mappe dimostrano un forte incremento delle richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria, versante ionico e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate.
Il petrolio italiano off-shore è di pessima qualità perché bituminoso con un alto grado di idrocarburi pesanti e ricco di zolfo, praticamente simile a quello albanese che non ha portato nessuna ricchezza al loro territorio.
Il prodotto di scarto da petrolio bituminoso è il pericolosissimo idrogeno solforato (H2S) dagli effetti letali sulla salute umana, anche a piccole dosi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non superare 0.005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge è pari a 30 ppm: ben 6.000 volte di più. In mare addirittura non ci sono limiti previsti nel nostro Paese.
In Italia, inoltre, le royalties dovute allo Stato per l’attività estrattiva sono tra le più basse al mondo pari al 4% della quantità estratta. Annualmente i primi 300.000 barili di petrolio costituiscono poi titolo di franchigia gratuita. Ciò significa che sono oltre 800 i barili di petrolio gratis che ogni giorno andrebbero alle compagnie petrolifere.
Le associazioni ambientaliste hanno più volte denunciato che le attività esplorative, oltre che da società multinazionali, potrebbero essere svolte da piccole imprese di piccola entità (anche con soli 10.000 euro di capitale sociale) che, difficilmente, in caso di incidente disporrebbero di adeguati strumenti e risorse economiche necessari ad intervenire in caso di emergenza.
Gli Ecologisti Democratici chiedono al Governo di sostenere la moratoria per le trivellazioni petrolifere nel Mediterraneo, proposta avanzata dal Commissario europeo all’Energia Gunther Oettinger. Il tempo rischia infatti di far dimenticare troppo in fretta il disastro ecologico avvenuto nel Golfo del Messico, così come tutti i danni conseguenti alla fuoriuscita di milioni di barili di greggio: oceano inquinato, coste e fondali contaminati (non si sa per quanto), specie migratorie e marine minacciate, intere attività economiche locali distrutte.
L’intera comunità mondiale, o per lo meno la parte che non ha già dimenticato, aspetta ancora i risultati dell’indagine delle cause e delle misure di sicurezza dell’incidente avvenuto sulla piattaforma della Bp, esiti che avrebbero dovuto essere noti da luglio, ma che ancora stentano ad apparire.
Le indagini autorizzate nell’Adriatico che dovrebbero iniziare al largo delle Tremiti, ovvero a pochi chilometri dalle coste del Gargano, sono il preludio all’eventuale sfruttamento dei giacimenti, mentre poco dopo l’esplosione in Louisiana si parlava di proibire le perforazioni offshore, almeno fino a quando non fosse stato definito un preciso quadro di sicurezza, controllo e gestione di queste attività.
In caso di incidente nel Mediterraneo e ancor più in Adriatico infatti, le cose andrebbero molto diversamente: siamo in un bacino “chiuso”, in caso di perdite di greggio i danni sarebbero irreparabili. Senza contare che in Italia non sono ancora chiari ruoli e responsabilità di chi dovrebbe pagare.
Ma soprattutto, ammesso che un responsabile poi si trovi e che sia messo in condizioni di pagare dalle leggi europee e nazionali, i suoi soldi potrebbero davvero risistemare interi ecosistemi andati distrutti?
L’Adriatico è un bacino di estrema fragilità biologica, è quotidianamente minacciato dall’eccessiva antropizzazione, dalla cementificazione delle coste, dalla pesca, dall’inquinamento. Il trasporto marittimo di petrolio greggio e l’aumento dell’attività estrattiva rappresentano uno dei principali e più preoccupanti rischi per il Mare Nostrum, per il forte rischio di incidente, con conseguente sversamento di prodotti oleosi e inquinanti in mare.
Il Mar Mediterraneo e in particolare l’Adriatico conta già la più alta percentuale di catrame pelagico al mondo pari a 38 milligrammi per metro cubo. Le compagnie petrolifere hanno poi bisogno di speciali “fluidi e fanghi perforanti” per portare in superficie i detriti perforati.
Questi fanghi sono tossici e difficili da smaltire. Lasciano, infatti, tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame: elementi pesanti nocivi che si bioaccumulano nel pesce che mangiamo.
Le attività di perforazione e produzione di petrolio dal fondo marino contribuiscono per il 2% all’inquinamento marino. Questo 2% va sommato al 12% dovuto agli incidenti nel trasporto marittimo che si aggiunge al 33% del totale per operazioni sulle navi relative a carico e scarico, bunkeraggio, lavaggio, scarichi di acque di sentina o perdite sistematiche.
Per queste ragioni gli Ecologisti Democratici chiedono alla Regione Puglia di istituire lungo tutta la costa pugliese i Siti d’Interesse Comunitario a Mare che rappresenterebbero un importante strumento per bloccare il rilascio di autorizzazioni per studi o di concessioni di estrazione petrolifera.

Foggia 11/04/2011
Circolo degli Ecologisti Democratici di Foggia

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11 aprile 2011
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